Tuesday, May 13, 2008

forma o sostanza, questo è il problema


il dilemma amletico sembra risolto in direzione della forma, visto che nessuno tra gli unanimi indignati si è preoccupato di smentire la sostanza delle affermazioni di marco travaglio...

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Friday, September 14, 2007

grillo parlante e populista

riporto il pezzo che daniele luttazzi ha scritto per micromega, "Il cosa e il come", a proposito del v-day di beppe grillo.


"Su Beppe Grillo ho tutta una serie di riserve che riguardano il cosa e il come. Spunti per una riflessione, niente di più: Grillo è ormai un tesoro nazionale come ( fatevi da soli il paragone: è la "democrazia dal basso" ) e a caval donato non si guarda in bocca. Certo non mi auguro che finisca come Benigni, a declamare Dante in braccio a Mastella. ( Il Benigni di vent'anni fa si sarebbe fatto prendere in braccio da Mastella solo per pisciargli addosso. E una volta l'ha fatto! Bei tempi.)

AVVERTENZA AI FIGLI DI BUONA DONNA
I figli di buona donna che allignano nei bassifondi della repubblica mediatica saranno tentati di strumentalizzare questo post ( " LUTTAZZI CONTRO GRILLO " ) per dare addosso in modo becero a Beppe, come hanno già fatto inventandosi l'insulto a Marco Biagi durante il V-day. L'alternativa è che me ne stia zitto per evitare l'ennesimo circo: ma dovete ammettere che il tema è troppo interessante, e tacere sarebbe, in fondo, come subire il ricatto dei figli di buona donna. Ho aspettato tre giorni, così almeno ho evitato il rendez-vous immediato. ( L'informazione all'italiana prevede infatti: giorno uno, la notizia; giorno due, la polemica; giorno tre, i commenti sulla polemica; giorno quattro: parlare d'altro. E invece eccomi qua. ) Se questa precauzione non dovesse bastare, vorrà dire che chi ne approfitterà finirà dritto dritto in uno speciale elenco dei bastardi che mi stanno sulle palle.
( Sul quaderno apposito ho già scritto " volume uno ". )

IL COSA
In soldoni, la proposta di legge per cui Grillo ha raccolto 300mila firme mi sembra che faccia acqua da tutte le parti.

Primo, perchè un parlamentare con più di due legislature è una persona la cui esperienza può fare del bene al Paese. Pensiamo a gente del calibro di Berlinguer o di Pertini ( talenti che non ci sono più, ma questo è un problema che non risolvi con una legge, ci vorrebbe il voodoo ). Grillo li manderebbe a casa dopo due legislature, in automatico. Perchè "i politici sono nostri dipendenti." Le accuse di populismo che gli vengono rivolte sono qui fondatissime, specie quando lui le rigetta usando non argomenti che entrino nel merito, ma lo sfottò, che è sempre reazionario. ( "Gli intellettuali con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra hanno evocato il qualunquismo, il populismo, la demagogia, uno con la barba ha anche citato, lui può farlo, Aristofane, per spiegare il V-day." Non è "uno con la barba": è il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, filosofo, che ha espresso civilmente il suo parere contrario, argomentando. )

Due, perchè chi è condannato in primo e secondo grado non lo è ancora in modo definitivo. In Italia i gradi di giudizio sono tre. Il problema da risolvere è la lentezza della giustizia. I magistrati devono avere più mezzi, tutto qui. ( "Tutto qui" è ovviamente l'understatement del secolo. )

C, perchè poter esprimere la preferenza per il candidato ha dei pro e dei contro che si bilanciano ( come il modo attuale ). E' un metodo che in passato, ad esempio, non ha impedito ai partiti di far eleggere chi volevano ( collegi preferenziali eccetera ) . Nè ha impedito alla gente di scegliere, col voto di preferenza, degli autentici filibustieri.

L'illusione alimentata da Grillo è che una legge possa risolvere la pochezza umana. Questa è demagogia.

Ma non è solo il cosa. E' soprattutto IL COME. Un esempio: dato che Di Pietro ha aderito alla sua iniziativa, Grillo ha detto:-Di Pietro è uno per bene.- Brrrr. Quindi chi non la pensa come Grillo non lo è? Populismo.

L'anno scorso, a Padova, gli "amici di Grillo" avevano riempito il palazzetto dove avrei fatto il mio monologo con volantini WANTED che mostravano la foto dei politici condannati. Li ho fatti togliere spiegandone la demagogia: gli amici di Grillo puri e buoni contro i nemici cattivi. Quando arriva Django?

Lenny Bruce sosteneva, a ragione, che chi fa satira non è migliore dei suoi bersagli. Se parli alla pancia, certo che riempi le piazze, ma non è "democrazia dal basso": al massimo è flash-mobbing.

AMBIGUITA'
Grillo si guarda bene dallo sciogliere la sua ambiguità di fondo: che non è quella di fare politica ( satira e teatro sono politici da sempre, anche se oggi c'è bisogno di scomodare Luciano Canfora per ricordarcelo ) ( -Canforaaaaa!- ), ma quella di ergersi a leader di un movimento politico volendo continuare a fare satira. E' un passo che Dario Fo non ha mai fatto. La satira è contro il potere. Contro ogni potere, anche quello della satira. La logica del potere è il numero. Uno smette di fare satira quando si fa forte del numero di chi lo segue. ( La demagogia è naif. Lo sa bene Bossi, che ieri gli ha pure dato dell'esagerato: perchè una cosa sono i fucili, una cosa ben diversa è il vaffanculo. )

Scegli, Beppe! Magari nascesse ufficialmente il tuo partito! I tuoi spettacoli diventerebbero a tutti gli effetti dei comizi politici e nessuno dei tuoi fan dovrebbe più pagare il biglietto d'ingresso. Oooops!

- I partiti sono il cancro della democrazia.- dice Grillo, servendosi di una cavolata demagogica che era già classica all'epoca di Guglielmo Giannini. Come quell'altra, secondo cui " in Italia nulla è cambiato dall'8 settembre del 1943 ". Ma va' là!

Adesso Grillo esalta la democrazia di internet con la stessa foga con cui dieci anni fa sul palco spaccava un computer con una mazza per opporsi alla nuova schiavitù moderna inventata da Gates. La gente applaudiva estasiata allora, così come applaude estasiata ora. Si applaude l'enfasi.

Il marketing di Grillo ha successo perchè individua un bisogno profondo: quello dell'agire collettivo. Senza la dimensione collettiva, negata oggi dallo Stato e dal mercato, l'individuo resta indifeso, perde i suoi diritti, non può più essere rappresentato, viene manipolato. E' questo il grido disperato che nessuno ascolta. La soluzione ai problemi sociali, economici e culturali del nostro Paese può essere solo collettiva. A quel punto diventerebbe semplice, anche per Grillo, dire:- Non sono il vostro leader. Pensate col vostro cervello. Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo.-"

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Saturday, July 07, 2007

ma wittgenstein era uno scienziato...


"Eh sì, effettivamente, dobbiamo dire, va detto che negli altri Paesi funziona tutto meglio che qui da noi. Ci vuole anche poco, voglio dire! E’ perché gli altri sono più seri. Ecco, si impegnano, fanno sacrifici per migliorare. Perché loro credono nell’organizzazione, nelle responsabilità collettive. Voglio dire, i francesi credono alla Francia, gli americani credono all’America. Ci credono, ecco. Basta andare all’estero, si respira subito un’altra aria, Anche in Svizzera, per dire! Eppure mi hanno raccontato un aneddoto curioso, vero pare, e riguarda il famoso Wittgenstein, grande filosofo, grande uomo di cultura, tuttologo. Ecco, questo Wittgenstein pare che tornasse in treno con il suo assistente, sì, pare che tornasse a casa dopo aver terminato il suo ultimo lavoro, un’opera decisiva, il “Tractatus”, che faceva il punto su tutta la filosofia… faceva il punto. Anni di studi, anni di ricerche, anni di saggi, fine del lavoro e meritato riposo. Niente, scompartimento, grande silenzio, a un certo punto pare che il suo assistente abbia chiesto: "Mi scusi, professore, come spiega lei il gesto che fanno gli Italiani?". Wittgenstein pensa un attimo poi sbianca in viso: "Porca miseria, devo rifare tutto da capo!". Sì, evidentemente c’era qualcosa che non gli tornava. Non riusciva a capire l’atteggiamento, e nemmeno l’allegria degli italiani, proprio loro così incapaci di organizzarsi, incapaci di far funzionare la vita, incapaci persino di farsi un governo. Ma Wittgenstein era uno scienziato. Forse avrebbe dovuto andare dall’altra sponda dell’intelligenza per afferrare il mistero dell’incapacità consapevole e sublimata…"

Giorgio Gaber, Wittgenstein

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Wednesday, March 28, 2007

homo videns

piccola premessa. cito questo passo da sartori perché vi ho ritrovato il ritratto dei ragazzini con cui ho occasione di lavorare per delle lezioni private. svegli, simpatici, affettuosi, ma privi della capacità di cogliere qualsiasi stimolo che non sia audiovisivo o tecnologico della peggiore razza, poveri nell'espressione, manchevoli di allenamento nella deduzione logica e nella riflessione autonoma. il mio punto di vista coincide sostanzialmente con quello che leggerete, ma devo ammettere che forse il tono è troppo apocalittico. la mia opinione è più smorzata, non perché rifugga dalle idee radicali e provocatorie, ben vengano, ma perché appartengo a un'altra generazione. una generazione che considero meticcia, cresciuta col pc ma anche con gli ultimi bravi maestri vecchio stile che sono stati la nostra più grande fortuna. se non apprezzassi la tecnologia non sarei qui a scrivere sul mio blog. inutile, forse anche banale, dire che ogni nuovo mezzo sia una medaglia e abbia due volti. il punto è saper discernere quale dei due sia quello più fruttuoso per noi, avere lo spirito critico per usare uno strumento senza diventarne schiavi. questo, se è un terreno già molto sdrucciolevole per noi ventenni, rischia di essere il punto di non ritorno per chi è più piccolo.

"Non è affatto vero - come lasciano intendere i multimedialisti - che la perdita della cultura scritta è compensata dall'acquisizione di una cultura audiovisiva. Morto un re non è detto che se ne trovi un altro: si può restare anche senza re. Una moneta cattiva non compensa la moneta buona: la caccia. E tra cultura scritta e cultura audiovisiva c'è soltanto contrasto. Come osserva Ferrarotti (1997, pp. 94/95), <<
la lettura richiede solitudine, concentrazione sulla pagina, capacità di apprezzare la chiarezza e la distinzione>>; mentre l'homo sentiens (l'equivalente ferrarottiano del mio homo videns) esibisce caratteristiche del tutto opposte:
<<
La lettura lo stanca [...] Intuisce. Preferisce il significato contratto e fulmineo dell'immagine sintetica. Ne è affascinato e sedotto. Rinuncia al vincolo logico, alla sequenza ragionata, alla riflessione che necessariamente implica il ritorno su di sé [...] Cede all'impulso immediato, caldo, emotivamente coinvolgente. Sceglie il living on self-demand, quel modo di vita che è tipico dell'infante che mangia quando gli va, piange se avverte sconforto, dorme, si sveglia, soddisfa i suoi bisogni a caso.>> Il ritratto mi sembra perfetto. [...] Dicevo che si deve sempre cominciare, per rimediare, dalla presa di coscienza. I genitori, anche se oramai come genitori non sono un granché, si devono spaventare di quel che diverrà dei loro figli: sempre più anime perse, sbandati, anomici, annoiati, in psicanalisi, in crisi depressiva e, insomma, malati di vuoto. E dobbiamo reagire con la scuola e a scuola. L'andazzo è di riempire le aule di televisori e word processors. Dovremmo, invece, vietarli (lasciandoli soltanto all'addestramento tecnico, come si farebbe con un corso di dattilografia). A scuola i poveri bambini vanno divertiti. Così non si insegna nemmeno a scrivere, e il leggere è quanto più possibile emarginato. E così la scuola rinforza il video-bambino invece di contrastarlo. L'andazzo dei giornali è simile: è di scimmiottare e rincorrere la televisione alleggerendosi di contenuti seri, gonfiando e urlando eventi emotivi, aumentando il colore, oppure confezionando notizie in pacchettini da telegiornale. Alla fine di questa strada si arriva a Usa Today, il più vuoto dei quotidiani di informazione al mondo. I giornali farebbero meglio, invece, a dedicare ogni giorno una pagina alle sciocchezze, fatuità, trivialità, errori, strafalcioni, sentiti in televisione il giorno prima. Il pubblico si divertirebbe, leggerebbe i giornali per vendicarsidella televisione, e forse anche la televisione migliorerebbe. E a chi mi dice che queste sono azioni di retroguardia, rispondo: e se invece fossero di avanguardia?"

Giovanni Sartori, Homo videns

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Thursday, March 08, 2007

buon 8 marzo


oggi maria laura rodotà ha scritto queste parole sull'8 marzo (dal corriere della sera).

"Come sempre, l'8 marzo offre molti spunti. Si può (a) parlare delle donne che vanno insieme in pizzeria e poi a vedere spogliarelli maschili; (b) lamentarsi molto perché ci sono ancora pochissime donne ministro e amministratore delegato; (c) ricordarsi che molte donne, anche da noi, non aspirano a ministeri e stock options; ma solo a uscire di casa, a non uscire solo accompagnate e coperte dalla testa ai piedi; e poi a non farsi menare (importante) o uccidere. L'opzione (c) è la meno gettonata. Perché sono donne difficili da raggiungere, perché vengono da culture diverse dalla nostra; perché accusare di maltrattamenti uomini di culture diverse, quasi sempre immigrati, può far sentire razziste. E islamofobiche, quando una donna è vittima di un musulmano si teme di scivolare nel politicamente scorrettissimo, o peggio. È un timore forte a sinistra, anche tra quel che rimane del movimento femminista. La scorsa estate, quando la Hina fu sgozzata dal padre, qualcuno notò le scarse reazioni; una femminista storico-sventata rispose «beh, il guaio è che è successo ad agosto, quando siamo tutte in vacanza», e non fu una bella figura. La brutta figura è continuata con il funerale (niente femministe, nessuna eletta dal popolo tranne Daniela Santanchè di An) e ora con il processo: nessuna organizzazione di donne si è costituita parte civile. Sulle femministe non c'è molto da infierire: già decenni fa il movimento si era ripiegato su sé stesso e sul «pensiero della differenza» ed era imploso. Sulle donne — e uomini — di sinistra ci sarebbe da dire di più. Delle immigrate si occupano poco o nulla. Non è un'anomalia italiana, anzi: in Germania avvocate come la turco-tedesca Seyran Ates hanno smesso di esercitare causa minacce; dall'Olanda Ayaan Hirsi Ali, sceneggiatrice del film Submission che costò la vita a Theo Van Gogh, è dovuta scappare; ora sta a Washington, in una fondazione conservatrice. E spesso è un paradosso, lo è nel caso di Hirsi Ali che si definisce «illuminista» e teorizza i danni alle donne del bigottismo religioso. Ma tant'è. E tanto vale riflettere. Chiedendosi di quale aiuto hanno bisogno le donne immigrate; come fa, isolata e benemerita, Susanna Camusso, capo della Cgil Lombardia, non a caso una sindacalista. Chiedendosi se lavorare per le donne è solo puntare al «potere rosa» o attorcigliarsi in un femminismo introspettivo; o se essere femministe — di destra e sinistra — oggi non voglia dire occuparsi dei diritti di tutte le donne che ancora ne hanno pochi. Sono la maggioranza, nel mondo, e a guardarsi in giro la situazione non migliora. Buon 8 marzo, comunque."

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Sunday, February 25, 2007

i d'alem you


adoro d'alema. questo è uno stralcio del suo intervento al convegno ds di due giorni fa.

«Abbiamo bisogno del Partito democratico, perché questa sinistra non va bene, non serve al Paese. Bisogna richiamare l'insieme della sinistra al senso della responsabilità del Paese per cambiare le cose [...] Ci sono due modi per affrontare i grandi mali del mondo: uno è cercare di dare un contributo, l'altro è mettersi in pace con la propria coscienza, e questo vale per l'Afghanistan. Se vogliamo che la comunità internazionale cambi strategia, dobbiamo starci. Se non ci stiamo non abbiamo diritto a chiedere una nuova strategia. Questa è la politica. [...] Se si esce dalla politica ci sono due gradi di astrazione, di fuga possibili: la fuga collettiva, l'Italia se ne va, e addirittura la fuga individuale: cade il governo e magari arriva un altro governo, che manda i soldati in Iraq... però io sono in pace con la mia coscienza».

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la prova della non esistenza di dio


paola binetti, teodem della margherita a un'intervista a la stampa, qualche giorno fa:

«Andreotti ha dato il primato alla politica estera ma il discorso con cui giustifica il suo voto negativo può anche essere esteso ai Dico.
«Avete festeggiato?»
«A dire il vero era mercoledì delle Ceneri. Abbiamo digiunato e abbiamo innanzitutto ringraziato il Padreterno perché solo da lui poteva giungere una mano così inaspettata».

se dio esistesse, la sua mano l'avrebbe usata per tappare la bocca a fondamentalisti di questo genere.

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Thursday, January 11, 2007

torto o ragione


"Provare che gli altri hanno torto non prova che si abbia ragione noi."

Etienne Gilson, La filosofia nel Medioevo

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in nome della libertà


"Non si può giustificare nulla in nome della libertà se non si dà effettivamente alle persone l'occasione di esercitarla, questa libertà, o se quantomeno non si cerca di valutare attentamente in quale modo sarebbe esercitata un'opportunità di scelta qualora essa fosse resa disponibile. la repressione sociale può negare la libertà culturale, ma la violazione della libertà può venire anche dalla tirannia del conformismo, che rende difficile ai membri di una comunità optare per altri stili di vita."

Amartya Sen, Identità e violenza

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Monday, November 27, 2006

Александр


"You may succeed in silencing me but that silence comes at a price. You have shown yourself to be as barbaric and ruthless as your most hostile critics have claimed. You have shown yourself to have no respect for life, liberty or any civilised value. You have shown yourself to be unworthy of your office, to be unworthy of the trust of civilised men and women. You may succeed in silencing one man but the howl of protest from around the world will reverberate, Mr Putin, in your ears for the rest of your life. May God forgive you for what you have done, not only to me but to beloved Russia and its people. "

Alexander Litvinenko, 21 novembre 2006

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Saturday, November 18, 2006

e voi dove eravate?

alcuni passi dell'articolo che roberto saviano ha pubblicato sull'ultimo numero de l'espresso.

"Pierluigi Vigna, quando era procuratore nazionale Antimafia, dichiarò che era di 100 miliardi di euro il profitto annuale dei maggiori gruppi criminali italiani. Una cifra che lo stesso procuratore segnalò essere riscontrata per difetto. Nessuno tremò per questa cifra. Nessuno trema se la Germania segnala che negli ultimi anni 90 milioni di euro sono stati investiti dalla 'ndrangheta nel settore turistico e immobiliare. Nessuno trema nel pensare che la più grande azienda italiana è formata dalla camorra, dalla 'ndrangheta, da Cosa Nostra e dalla Sacra Corona Unita. E anche se qualcuno inizia a tremare, sembra che riesca a farlo solo per qualche giorno, per qualche settimana, fino a quando i fatti inanellati in cronaca di emergenza non vengono soppiantati da emergenze nuove. D'improvviso mi sono fermato in questi giorni, fermato da una sorta di ansia, e anche una sorta di svuotamento, quando vedevo un'attenzione a una terra, costante, che desideravo ci fosse stata da sempre, prima che galleggiassero in superficie gli elementi del disastro. E giravo intorno a una domanda rivolta a una potenza impersonale che ha gli occhi dei media, la testa della politica e le sembianze di me stesso: Ma dov'eravate? Dov'eravate quando si ammazzavano due persone al giorno. Dov'eravate quando si concludeva il processo Spartacus presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) - 21 ergastoli e oltre 500 anni di reclusione, più di sette anni di dibattimento passati in silenzio sulla stampa nazionale. Dov'eravate quando i magistrati, come Raffaele Cantone, portavano avanti indagini che dimostravano chiaramente che erano l'Emilia Romagna e Roma i centri degli affari del clan dei Casalesi, dov'eravate quando Tano Grasso attraversava in lungo e in largo la Campania, cercando di raccogliere forze, persone, associazioni in una battaglia alle vecchie e nuove forme di racket e controllo del territorio. Dov'eravate quando giornalisti della mia terra venivano sistematicamente minacciati, come Rosaria Capacchione che entrò nel mirino dei clan a causa dei suoi articoli - secondo il pentito Luigi Diana - venne condannata dal boss Vincenzo De Falco, fratello del mandante dell'omicidio di don Peppino Diana, ma il boss fu eliminato prima di realizzare il suo piano, quando Enzo Palmesano riceveva proiettili nella cassetta della posta per il suo impegno di cronista contro i clan mafiosi presenti nell'Agro-caleno. Dov'eravate quando qui crepavano innocenti, come Attilio Romanò, colpevole di essere dipendente di un negozio che i clan hanno creduto essere ascrivibile a un parente lontano di un camorrista, quando nel 2002 spararono in faccia a un sindacalista, Federico Del Prete, e la notizia neanche giunse sulla stampa nazionale. (...) Prima che me ne andassi dai Quartieri Spagnoli, vedevo che i clan del centro storico meno potenti si stavano riorganizzando. E il primo passaggio è stato quello di ritornare sul territorio, negozi, magazzini, salumerie, le nuove leve dei clan stanno invece pensando a come tornare ad apparire mediaticamente i più temibili, divenire nuovamente quelli appartenenti al quartiere che più fa paura: "Dobbiamo far vedere a quelli di Scampia che noi siamo i peggio". Il medesimo stile che sta facendo comprare a moltissimi ragazzi dell'area nord di Napoli lo scooter T-max perché usato dalle paranze di fuoco dei Di Lauro per la parte maggiore degli agguati, una sorta di cavallo meccanico dell'apocalisse. Ma la loro ferocia è la medesima di chiunque possa considerarla uno strumento per crescere economicamente, iniziare un percorso nel mercato. L'ossessione del divenire commercianti e imprenditori, e di considerare lecita ogni forma per raggiungere una meta, l'ossessione che, rendendoli rivali, accomuna non solo i quartieri storici del centro alle periferie e ai paesi del hinterland, ma apparenta Napoli a Mosca o a Rio de Janeiro e mette in relazione le bande che rubano ed estorcono con l'uso di una violenza spropositata, strafatta, adrenalinica con le gang che dilagano per il Centro e Nordamerica, in Africa, in ogni altra parte del mondo. È questo, qui e altrove, che rende la ferocia un arnese del successo. È questo ciò che viene occultato quando si usano ancora parole come 'plebe', 'lazzari' o 'subculture'. Si parla di subculture, ma la musica dei neomelodici viene ascoltata in tutto il Mezzogiorno, anzi in tutta Italia, e alcune delle loro canzoni, tra cui quelle scritte da Lovigino Giuliano, il boss di Forcella, entrano nella hit parade, rimbalzano nei villaggi turistici, finiscono in tv come se fossero esistite da sempre e per tutti. Plebe è parola che tiene a distanza, che esprime il rifiuto di annusare, di fissare da vicino qual è la forza, la logica, ma anche le contraddizioni, le vulnerabilità, le violente trasformazioni che subiscono coloro che si trovano così definiti, parola che la letteratura per istinto vitale rigetta come chi non vuole farsi curare la febbre coi salassi. Plebe perché sembra impossibile che le gang che fanno rapine siano altro che una forza oscura che contamina la città con la paura e la ferocia, perché sembra impossibile che la contaminazione non conosca limiti di classe, perché sembra molto più rassicurante individuare una direzione unica del contagio in corso. Ma quando i boss scrivono libri, discettano di psicoanalisi, investono in opere d'arte, quando fanno crescere nuove leve istruite alle università, quando si dimostrano capaci di gestioni e investimenti sofisticati, di strategie economiche lanciate su scala mondiale, come è possibile non vedere che sono altro di quel che è sempre stato, non accorgersi che la loro vittoria in queste e simili terre ha un peso e una forza d'attrazione quasi irresistibile? (...) Ad oggi sembra esserci ancora nell'aria il sapore amaro delle parole di Antonino Caponnetto, quelle pronunciate dopo la morte di Paolo Borsellino: "È tutto finito". Ma per la scrittura non è mai tutto finito, la scrittura si alimenta della possibilità di equiparare veleno e zucchero, assaggiare come stanno le cose al di là di ogni categoria, al di là del buono e del malamente, con l'unica certezza che la rabbia espressa vale più di qualsiasi cosa e più del silenzio. Si racconta, come una leggenda, ciò che disse don Peppino Diana, il prete ucciso dalla camorra nel 1994, una volta mentre celebrava un funerale e le stesse parole furono poi di don Tonino Bello. Don Peppino era stanco di celebrare funerali in una terra che aveva il primato per morti ammazzati e morti bianche sul lavoro. Iniziò così la sua provocazione: "A me non importa sapere chi è Dio". Non è difficile immaginare il brusio delle navate di una chiesa di paese che sente pronunciare tali parole roventi: "Mi importa sapere da che parte sta". Avere una parte, essere in grado di capire ancora che natura ha un paese, in che condizioni si trova, come avvicinarlo con uno sguardo che voglia vedere, vedere per capire, per comprendere e per raccontare. Prima che sia troppo tardi, prima che tutto torni ad essere considerato normale e fisiologico, prima che non ci si accorga più di niente."

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Saturday, October 21, 2006

invidia del pene


freud era convinto che le donne fossero invidiose del pene. evidentemente non conosceva vladimir putin. credendo di avere il microfono spento durante un incontro col premier olmert, lo zar più corrotto di tutte le russie ha commentato la vicenda che vede il presidente della repubblica israeliano, katsav, imputato per violenza sessuale. "Lui sì che è un uomo! Violentare dieci donne! In Russia tutti lo invidiano!". visto? non è vero che la russia non appoggia mai israele...

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Wednesday, October 18, 2006

potere alle donne


il reggiseno è uno strumento politico: separa la destra dalla sinistra, solleva le masse e attira i popoli!

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Sunday, October 15, 2006

che la forza sia con te!


sandro bondi non ha mai tollerato le ingiustizie. sandro bondi è uno che non si piega ai soprusi. sandro bondi è un paladino della libertà. per difendere quella del grande silvio, sua musa ispiratrice ferita nell'orgoglio mediatico da prodi&co., ha cominciato lo sciopero della fame. nonostante sia stato già ricoverato a poche ore dall'inizio del digiuno, noi confidiamo in lui. che la forza sia con te sandro: forse è la volta buona che dimagrisci!

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Monday, September 11, 2006

non mollare mai!


mastella e il pallone amore per sempre. anche a quelli che il calcio clemente the lion ha ruggito contro calciopoli. c'era moggi in studio e non poteva mancare il ricordo commosso della vittoria dei mondiali spazzato via dai quei brutti cattivoni (che poi tanto cattivoni non sono stati...). la melandri poi lo cazzia e lui si offende! è un mito!!

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Sunday, July 30, 2006

pansa e le rovine del reame unionista


giampaolo pansa commenta i primi mesi di governo dell'attuale maggioranza (da l'espresso).

Lunedì 24 luglio, il direttore dell''Unità', Antonio Padellaro, ha chiuso l'editoriale con una domanda all'Unione: "Su che cosa siete d'accordo?". Su quasi niente, mi viene da rispondere. È sufficiente leggere qualche giornale per capire a che punto è la notte per la maggioranza di governo. Una notte buia e tempestosa, come diceva Snoopy, il cane di Charlie Brown. Per di più arrivata con un anticipo catastrofico rispetto alle speranze degli elettori. Che a soli tre mesi dalla vittoria, osservano furibondi il panorama di rovine attorno a Palazzo Chigi. A questo punto, mi par di sentire un amico che è solito raccomandarmi prudenza. Mettiti una mano sulla coscienza, mi suggerisce. Hai votato per l'Unione? Hai stima di Romano Prodi? Non vuoi veder tornare Berlusconi o qualche suo sosia? Allora abbassa i toni. Non affondare il ferro nelle tante piaghe. Gli rispondo: hai ragione, dovrei provarci. Però come faccio a chiudere gli occhi su quello che sta accadendo? E quel che accade mi avverte che l'Unione si sta sfasciando. Non per colpa di questo o quel partito, ma per un vizio di fondo che il Bestiario aveva intravisto e denunciato molto per tempo. Il vizio non è di essere un'alleanza fra diversi, condizione normale in tutte le coalizioni. No, la nostra Unione è un'alleanza fra opposti. Ossia fra partiti che leggono e affrontano i problemi italiani in modi conflittuali. Anzi, alcuni di questi partiti ringhiano che è proprio il conflitto, e non l'accordo, il sale dell'Unione. Posso citare, senza il timore di dare scandalo, un editorialista del 'Giornale'? È Renzo Foa. Lo stesso giorno della domanda di Padellaro, ha scritto che l'Unione ha un 'difetto di fabbrica', molto difficile da eliminare. Prima del voto, il 'difetto' non emergeva con la chiarezza brutale di oggi. Ma Prodi lo sospettava già. Quando, nell'intervista per 'L'espresso', gli chiesi se si sentiva in grado di comandare un esercito "tanto composito e rissoso", la risposta fu quella obbligata per un leader al culmine della battaglia elettorale. Disse: abbiamo un programma condiviso, se i miei mi fanno cadere, anche il governo cade e si torna a votare, i partiti dell'Unione resteranno tranquilli perché nessuno verrà emarginato, non mi piace mediare, voglio governare, nel Consiglio dei ministri non si discuterà, ma si deciderà.
Riletta oggi, quella risposta di Prodi ha il suono accorato di un'intenzione boicottata. Oggi l'Unione mi ricorda la Dc dell'epoca tarda: divisa in fazioni tutte protese a comandare. E che si guardano in cagnesco. Non solo senza stimarsi, ma disprezzandosi. È una condizione tragica soprattutto al Senato, dove la maggioranza è tanto anoressica da non essere per niente 'sexy', come la giudica il Professore. Sull'Afghanistan siamo rimasti appesi al cappio di una decina di senatori che, per giorni e giorni, hanno imperversato sui quotidiani. Una paginata dell''Unità' è stata spesa per registrare i puntigli di questi velleitari padrini della patria. Dai moniti del Malabarba su Prodi "aspirante suicida" ai bruschi richiami del Villone sul "bipolarismo paranoico". Sino alle angosce di Franca Rame: "Dirò di sì con il sangue agli occhi, ma Luca Casarini mi tirerà le uova". Poi il dilemma fantozziano sul sesso degli angeli: voto di fiducia no (Marini), voto di fiducia sì (il Parolaio Splendido Splendente), voto di fiducia forse (Prodi). Quindi lo scontro sull'indulto, con Di Pietro che si 'congela' come ministro e combatte contro il governo di cui fa parte. Dichiarandosi "offeso, violentato, quasi seviziato". I mastelliani gli replicano: "Stai raccattando i nostri esclusi. Sei l'Italia dei Portavalori". Dai corruttori e dai falsificatori di bilanci, liberandi o no, la rissa si estende agli embrioni. Se Bonino e Mussi la pensano in un modo, subito dieci deputati e senatori cattolici dell'Ulivo gli danno addosso, insieme all'Udeur di Mastella. E ancora: se Enrico Letta chiede che la maggioranza venga allargata al gruppo di Casini, il rifondarolo Giordano lo stoppa, strillando contro "la deriva centrista". Un suo compagno di partito, il ministro Ferrero, trova "auspicabile" che possa esserci lo sciopero generale contro la futura finanziaria dell'Unione. Persino l'araba fenice del Partito democratico genera dissensi radicali. Fassino lo vorrebbe dentro il Partito socialista europeo. Rutelli e Marini gli replicano: mai e poi mai. Alla fine di questa visita angosciata alle rovine unioniste, capita d'imbattersi in una cupa profezia del margherito Castagnetti: "Si avvicina il momento in cui Prodi dovrà chiedere ai responsabili dei partiti se ci sono le condizioni per governare". A questo punto siamo? Spero di no, ma temo di sì. E insieme a tanti elettori del centro-sinistra, mi scopro sdegnato. Come quello che a Positano, al passaggio di Prodi in maglietta azzurra da maratoneta, gli ha gridato: "Vi abbiamo votato. Adesso non fregateci!". Siamo sicuri che la fregatura non ci sia già?

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ali rotanti e code di gallo


ahmadinejad ha vietato l'uso di parole straniere in iran. elicottero, per esempio, si dirà ali rotanti... da noi ci aveva pensato benito, quando cocktail si diceva coda di gallo...

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il fascismo con la kefiah

ancora un altro stralcio di un reportage di bernard-henri lévy sulla guerra in medioriente.

Oggi, 17 luglio, è l'anniversario dello scoppio della guerra di Spagna. Sono passati settant'anni dal putsch dei generali che diede l'avvio alla guerra civile, ideologica e internazionale voluta dal fascismo dell'epoca. E non posso non pensarci, non posso non fare l'accostamento mentre atterro a Tel Aviv. La Siria dietro le quinte... L'Iran di Ahmadinejad pronto all'azione. L'Hezbollah di cui tutti sanno che è un piccolo Iran, o un piccolo tiranno, che non ha esitato a prendere in ostaggio il Libano. E come sfondo, il fascismo con il volto dell'integralismo islamico, quel terzo fascismo che, come tutto indica, sta alla nostra generazione come l'altro fascismo, poi il totalitarismo comunista, stavano a quella dei nostri padri.Fin dal mio arrivo, fin dai primi contatti con i vecchi amici che dal 1967 non avevo mai visto così tesi né così ansiosi, fin dalla mia prima conversazione con Denis Charbit, militante nel campo della pace, il quale non dubita della legittimità di questa guerra di autodifesa imposta al suo Paese, fin dal primo incontro con Tzipi Livni — la giovane e brillante ministro degli Esteri che tanto contribuì a convincere Ariel Sharon a evacuare Gaza e che ora trovo stranamente disorientata davanti a una geopolitica nuova e sotto molti aspetti indecifrabile per intelletti formati sulle categorie standard del conflitto «arabo-israeliano» tradizionale — sento che nella storia delle guerre d'Israele c'è in gioco qualcosa d'inedito. Come se, appunto, non fossimo più molto sicuri di essere limitati all'ambito d'Israele. Come se il contesto internazionale, il ruolo, ancora una volta, dell'Iran e del suo braccio armato Hezbollah dessero a tutta la faccenda un profumo e prospettive inediti. Prima di salire verso il fronte nord, ci dirigiamo subito verso Sderot, la città martire di Sderot, alla frontiera di Gaza in guerra con gli alleati Hamas di Hezbollah... Eh sì, la città martire! Le informazioni che giungono dal Libano sono così terribili, l'idea stessa delle vittime civili libanesi è così insopportabile per la coscienza e il cuore, le inquadrature, le immagini del Sud di Beirut bombardata, passate e ripassate di continuo, sono diventate così perfettamente sistematiche che è difficile immaginare, lo so, che anche una città israeliana possa essere una città martire. Eppure... Le strade vuote... Le case sventrate o crivellate da schegge di granate... La montagna di razzi esplosi depositati nel cortile del commissariato centrale, che sono caduti nelle ultime settimane... Oggi, la pioggia di altre granate che si è abbattuta sul centro della città, obbligando le poche persone che avevano l'intenzione di approfittare della brezza estiva a ridiscendere nelle cantine... Poi, religiosamente appuntate su un pannello di tessuto nero nell'ufficio del sindaco, Eli Moyal, le foto di quindici giovani, alcuni bambini, morti negli ultimi tempi sotto il fuoco degli artificieri palestinesi...[...] Gli israeliani non sono dei santi. Ed è evidente che sono capaci, in una situazione di guerra, di operazioni, manipolazioni, dinieghi machiavellici. Eppure, un segno indica che questa guerra qui non l'hanno voluta ed è caduta loro addosso come una cattiva sorte. Questo segno è la scelta, al posto di ministro della Difesa, dell'ex militante di La Paix Maintenant, «Pace adesso», che da sempre ha aderito alla causa della spartizione della terra con i palestinesi, dirigente della centrale sindacale Histadrouth e assai meglio preparato, in linea di principio, a fare scioperi che a fare la guerra: è Amir Peretz. «Stanotte non ho dormito», comincia, pallidissimo, gli occhi arrossati, nel piccolo ufficio dove ci riceve, insieme con l'editorialista di Haaretz, Daniel Ben Simon; ufficio che non è nel Ministero ma nella sede del Partito laburista. «Non ho dormito perché ho passato la notte ad aspettare notizie di un'unità di nostri ragazzi caduti, ieri pomeriggio, in un'imboscata, nel settore libanese...». Poi, dopo che un giovane aiutante, pure lui dall' aspetto di militante sindacale, gli ebbe teso e poi ripreso un telefono da campo da cui il ministro aveva ascoltato, senza una parola, gli occhi bassi, gli spessi baffi tremolanti per un'emozione mal controllata, le notizie che aspettava: «Non diffondete subito, per favore, perché le famiglie non sono al corrente; ma tre di loro sono morti e non sappiamo nulla del quarto, è terribile...». In quarant'anni, sono parecchi i ministri della Difesa di Israele che ho conosciuto. Da Moshe Dayan a Shimon Peres, Itzak Rabin, Ariel Sharon e altri ancora, ho visto succedersi eroi, semieroi, strateghi geniali e di talento e persone abili. Quello che non avevo mai visto è un ministro, non certo così umano (che la vita di un qualsiasi soldato abbia un prezzo inestimabile è una costante nella storia del Paese), né così civile (neanche Shimon Peres, dopotutto, aveva un vero passato militare), ma così poco formato, in compenso, a comandare un esercito in tempi di guerra (la sua prima decisione, fatto unico negli annali, non fu forse di amputare del 5% il budget del proprio ministero?), quello che non avevo mai visto è un ministro della Difesa che corrisponde così esattamente alle famose parole di Malraux sui comandanti del miracolo che «fanno la guerra senza amarla» e che, proprio per questa ragione, «finiscono sempre per vincerla». Amir Peretz, come i personaggi di André Malraux, vincerà. Ma il fatto che sia stato nominato indica che Israele, dopo i ritiri dal Libano e da Gaza, pensava di entrare in una nuova era, dove occorreva preparare la pace, non la guerra...[...] Risalire verso Avivim. Poi, da Avivim fino a Manara, tenuta dagli israeliani, dove hanno installato, in un circo di duecento metri di diametro, un campo di artiglieria con due cannoni montati su cingolati che bombardano, dall'altra parte della frontiera, gli arsenali, il comando e i lanciarazzi di Maroun al-Ras. Tre cose qui mi colpiscono. L'estrema giovinezza degli artiglieri: vent'anni; forse diciotto; la loro aria stupefatta quando parte il colpo, come se ogni volta fosse la prima; i loro scherzi da ragazzi quando l'amico non ha avuto il tempo di otturarsi le orecchie e la detonazione lo stordisce; poi, al tempo stesso, il lato grave, compreso, di chi si sa agli avamposti di un dramma immenso, e che lo sconcerta. L'aspetto indolente, stavo per dire trasandato, e l'aria sfaccendata di una piccola compagnia che mi ricorda irresistibilmente il gioioso caos dei battaglioni di giovani repubblicani descritti, ancora una volta, da André Malraux: un esercito più simpatico che marziale; più democratico che sicuro di sé e dominatore; un esercito che qui, in questo caso, mi pare agli antipodi dei battaglioni di bruti, o di Terminators senza principi né pietà, che tanto spesso hanno descritto i grandi mass media europei.
Poi quello strano veicolo, esteriormente simile a due cannoni autotrasportati, ma posteggiato in disparte e che non spara: questo terzo veicolo è una sala macchine mobile, dove si entra, come in un sommergibile, da una torretta e una scala esterna; dentro vi sono sei uomini, certi giorni sette, che si danno da fare attorno a una batteria di radar, computer e altri apparecchi di trasmissione il cui ruolo è di raccogliere informazioni per poi determinare i parametri di tiro da trasmettere agli obici; la verità è che all'origine del fuoco israeliano c'è un vero e proprio laboratorio di guerra dove soldati-scienziati, col naso incollato agli schermi, tentando d'integrare i dati più imponderabili che arrivano dal campo, sviluppano un'intelligenza ottimale per calcolare la distanza del bersaglio, la sua rapidità di spostamento e, last but not least, il grado di prossimità di civili: almeno qui, ne sono testimone, l'obiettivo prioritario è di evitarli. Con David Grossman c'incontriamo in un ristorante all'aperto di Abu Gosh, davanti ai monti di Gerusalemme, che mi sembra un Eden dopo l'inferno degli ultimi giorni: sole sfolgorante, rumore d'insetti che non è più quello degli aerei né dei cingolati dei carri armati, un soffio di spensieratezza, un venticello leggero.... Parliamo del suo ultimo libro che è una rilettura del «mito di Sansone». Di suo figlio, appena arruolato in un'unità di carristi e per il quale sento che trema. Commentiamo una statistica che ha letto e lo preoccupa: secondo l'articolo, quasi un terzo di giovani israeliani avrebbero perso la fiducia nel sionismo e ricorrerebbero a certe astuzie per farsi esentare dal servizio militare. Poi naturalmente discutiamo della guerra, e del grandissimo malessere in cui, come gli altri intellettuali progressisti del Paese, sembra averlo fatto sprofondare... Da un lato, mi spiega Grossman, c'è la vastità delle distruzioni, il rischio dell'avvampare di una guerra civile in Libano; c'è l'errore di essersi imposti un traguardo così arduo (distruggere Hezbollah, rendere le loro infrastrutture e l'esercito innocui...) che persino una mezza vittoria rischia, giunto il momento, di avere il profumo di una sconfitta. Ma, dall'altro, c'è l'attacco sorpresa di Hezbollah contro un Paese, Israele, che si era successivamente ritirato dal Libano e poi da Gaza; c'è il diritto d'Israele, come di qualunque altro Stato del mondo, a non rimanere con le mani in mano di fronte a un'aggressione così folle, immotivata, gratuita; c'è il fatto, insiste, che il Libano è il Paese d'accoglienza di Hezbollah, il suo alleato; un Paese, al tempo stesso, al cui governo Hezbollah partecipa pienamente. Dall'altro lato, dunque, c'è il fatto che la risposta israeliana non poteva esser portata se non sul suolo libanese... Osservo David Grossman. Scruto il suo bel volto di ex bambino prodigio della letteratura israeliana invecchiato troppo presto e divorato dalla malinconia. Non è soltanto uno dei grandi romanzieri israeliani odierni. E' anche, con Amos Oz, Avraham Yehoshua e qualcun altro, una delle coscienze morali del Paese. E credo che la sua testimonianza, la sua fermezza, il suo non cedere sulla giustezza della causa d'Israele dovrebbero convincere gli animi più perplessi. Infine, Shimon Peres. Non volevo terminare questo viaggio senza andare, come ogni volta, ma stavolta più che mai, da Shimon Peres. E' Daniel Saada, un amico di altri tempi, membro fondatore di Sos Razzismo, stabilitosi in Israele e diventato anch'egli suo amico, a portarmi da lui. «Shimon», come tutti lo chiamano qui, ha 84 anni. Ma non ha perso nulla della sua prestanza. Né del suo magnifico aspetto di principe-abate del sionismo. Ha sempre lo stesso viso, grande fronte e grandi labbra, che sottolinea l'autorità melodiosa della voce. A momenti, ho persino l'impressione che abbia voluto incorporarsi una leggera amarezza nel sorriso, un bagliore nello sguardo, un portamento e, talvolta, di accentuare le parole che non erano proprie ma del suo vecchio rivale Yitzhak Rabin. «Tutto il problema — comincia — è il fallimento di quello che uno dei vostri grandi scrittori chiamava la strategia da stato maggiore. Nessuno, oggi, controlla più nessuno. Nessuno ha il potere di fermare né di dominare nessuno. Di modo che noi, Israele, non abbiamo mai avuto tanti amici come adesso; amici che però, nella nostra Storia, non sono mai stati così inutili. Salvo...». Peres prega la figlia, una signora di una certa età che assiste alla conversazione, di andare, nell'ufficio vicino, a cercare due lettere di Abu Mazen e Bill Clinton. «Sì, salvo che voi li avete, gli uomini di buona volontà. I miei amici. Gli amici dei Lumi e della pace. Quelli che né il terrorismo né il nichilismo né il disfattismo porteranno mai a rinunciare. Noi abbiamo un progetto, sa... Sempre lo stesso progetto di prosperità, sviluppo condiviso, che finirà per trionfare... Ascolti...». Shimon ha fatto un sogno. Shimon è un giovane uomo di 84 anni il cui invincibile sogno dura, in effetti, da trent'anni e la presente impasse, lungi dallo scoraggiarlo, sembra misteriosamente stimolarlo. L'ascolto, dunque. Ascolto questo Saggio d'Israele spiegarmi che occorre simultaneamente «vincere questa guerra imposta», squalificare il «quartetto del male» costituito da Iran, Siria, Hamas e Hezbollah e aprire «vie di parola e di dialogo» che, un giorno o l'altro, finiranno pur per portare da qualche parte. Ascoltandolo, riudendo queste profezie vecchie ma che oggi, non so perché, mi sembrano avere un coefficiente nuovo di evidenza e di forza, mi metto a immaginare pure io la gloria di uno Stato ebraico che osasse, nello stesso tempo, quasi lo stesso gesto, dire e soprattutto fare le due cose: agli uni, ahimè, la guerra; agli altri, una dichiarazione di pace che, all'improvviso, non lascerebbe più scelta.

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Thursday, July 20, 2006

se i katiuscia minacciassero noi

vi riporto per intero un articolo di bernard-henry levy del corriere della sera di oggi.

Una parola stranamente ricorrente nei commenti, in Europa, sulla risposta israeliana alla dichiarazione di guerra dell’Hezbollah è «sproporzione».
Non sono certo un grande esperto in affari militari. E anch’io penso, è evidente, che ognuna delle vittime civili, pudicamente chiamate dagli strateghi «danni collaterali», sia una tragedia. Detto questo, avrei comunque voglia di chiedere a coloro che parlano così come reagirebbero se un commando di terroristi venissero per esempio sul territorio di Francia, non tenendo assolutamente conto delle nostre frontiere, se non persino negandole, a rapire soldati francesi. Come reagirebbero se Strasburgo, Lilla o Lione si trovassero, come Sderot, Ashqelon e adesso Haifa, sotto una pioggia di katiuscia che fanno decine — su scala francese centinaia — di altre vittime civili il cui martirio, mi pare, equivale a quello dei libanesi. E se la capitale del nostro Paese si trovasse a portata di missili a medio raggio Zelsal 1, forniti da artificieri iraniani debitamente inviati in missione da Ahmadinejad e ci dicessero, come ha detto a proposito di Tel Aviv il segretario generale dell’Hezbollah, Hassan Nasrallah, che colpire Parigi non è più un’ipotesi del tutto teorica, ma un obiettivo bellico prioritario e un’impresa santa. Avrei voglia di chiedere quale fosse, secondo loro, la reazione «proporzionata», dal momento che l’autore di questo tipo di dichiarazioni e degli attacchi che le accompagnano è notoriamente ispirato, finanziato, armato da un paese il cui presidente non ha mai fatto mistero della propria determinazione a dotarsi dell’arma atomica e, con o senza tale arma, a cancellare dalla carta geografica uno Stato ebraico intrinsecamente perverso e criminale.
Ancora, avrei voglia di chiedere come sarebbe stato possibile imbastire una risposta tale da risparmiare un Libano ridiventato, per sua disgrazia, l’ostaggio di ideologi e capi di guerra irresponsabili: gente che non ha smesso di costruirvi, in flagrante contraddizione con la sua cultura, la sua genialità, le sue tradizioni di tolleranza, di cosmopolitismo e di pace, uno Stato nello Stato che è, innanzitutto, uno Stato terrorista che minaccia tutta la regione e, naturalmente, i libanesi stessi. Avrei voglia di chiedere come si potesse evitare d’intervenire in Libano visto che il governo di questo paese conta molti ministri Hezbollah; che il suo presidente, Emile Lahoud, afferma, appena può, la sua solidarietà di principio con gli obiettivi e la causa di Hezbollah; che le sue strade servono al trasporto di razzi, lanciamissili e truppe verso le linee di fronte e i fortini tenuti da Hezbollah; e che a partire dalle stazioni radar dei suoi aeroporti, come da quello di Beirut, vengono localizzati i bersagli marittimi israeliani che le batterie Hezbollah colpiscono, come la settimana scorsa.
E poi, «sproporzione» per «sproporzione», come schivare la vera, la sola domanda valida, che è di sapere chi ha fatto, oggi, i progressi concreti dello spirito di moderazione e di misura che ognuno auspica: gli israeliani, i quali, pur non essendo angeli, per carità, si sono ritirati dal Libano da sei anni, da Gaza da sei mesi e sono pronti, in grande maggioranza e a costo di ricevere, come in questo momento, valanghe di bombe sulle loro città e sui loro villaggi, a ritirarsi dalla Cisgiordania perché vi si installi lo Stato palestinese in formazione; o i folli di Dio che se ne infischiano altamente della formazione di un qualsiasi Stato palestinese e non hanno, in realtà, nessun’altra preoccupazione se non di veder scomparire Israele?
Infatti, è proprio qui la discriminante. Etale è la posta in gioco, la sola, di una guerra quasi più radicale, in questo senso, delle precedenti guerre israelo-arabe.
Da un lato, i sostenitori della coabitazione di due popoli che apprendano, con il tempo, senza illusioni né angelismo, a negoziare, a fare la pace e poi, forse, un giorno, ad andare d’accordo e a volersi bene: sono, in Palestina, gli amici di Mahmoud Abbas; sono, nel mondo arabo in generale, i dirigenti e i rappresentanti, in numero crescente, dell’opinione pubblica illuminata; ed è l’essenziale della popolazione d’Israele, sia essa di destra o di sinistra, finalmente consapevole che non esiste, a termine, altra strada se non quella della spartizione della terra.
Dall’altro, gli oltranzisti di una causa che ormai ha un rapporto lontanissimo e con la causa nazionale palestinese e con la sofferenza che la sostiene: è, a Gaza, l’Hamas di Khaled Mechaal ed è, qui in Libano, l’Hezbollah. I due pilastri di un «fascislamismo» di cui non si ripeterà mai abbastanza che i burattinai si nascondono a Damasco e soprattutto a Teheran e i cui responsabili sul campo sono palesemente pronti, se la vittoria finale è a questo prezzo, a battersi fino all’ultimo libanese, palestinese e, certo, fino all’ultimo ebreo.

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Wednesday, July 12, 2006

facciamoci riconoscere


se già se ne parlava prima della vittoria del mondiale, adesso che la coppa è italiana non poteva non tornare alla ribalta la questione amnistia per calciopoli. in prima fila: clemente "ping pong" mastella. da bravo tifoso, non nasconde che sarebbe un peccato vedere i campioni del mondo giocare in serie b o c. e invece, non sarebbe una bella lezione di vita? è vero che per tutti è stato bello vederli vincere, ma sono pur sempre ragazzi pagati miliardi per giocare a calcio. non devono certo guadagnarsi lo stipendio, non verrebbero licenziati se andassero in una serie minore. ma il buon clemente (di nome e di fatto, o meglio di nome e di intenzione) non si ferma qui: oltre le stupidaggini del tipo "prodi porta fortuna, con berlusconi sarebbe stato diverso", che fanno ridere solo lui e forse prodi, e "chi ci ha dato prestigio e dignità va valutato con occhio diverso. Come uno che ha fatto cose esemplari. Mi sono rotto le scatole di un moralismo senza morale...", c'è anche un'affermazione quantomeno infelice nella stessa intervista a repubblica. "Questi discorsi sulla morale rischiano di farci perdere il prestigio ottenuto con la vittoria. Già li sento i commenti all'estero: ecco i soliti italiani, quelli della mafia. Ragionamenti che ci deprezzano. Rischiamo di sciupare risultato e vittoria". i soliti italiani della mafia, caro mastella, sono quelli che per la vittoria di un mondiale vorrebbero chiudere un occhio, e l'altro pure, sul sistema calcio corrotto, poco importa che sia illegale. sono le sue affermazioni, aggravate dal fatto di ricoprire un ruolo nel governo, che ci fanno riconoscere all'estero come i soliti italiani, quelli della mafia. per caso c'entra qualcosa che uno dei beneficiari dell'amnistia sarebbe il suo caro amico diego della valle, presidente della fiorentina, che tanto si è speso per la campagna elettorale dell'udeur? tra amici, e amici degli amici, ci si fanno dei favori...

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